Paolo Maldini rompe il silenzio sulla sua breve esperienza in Nazionale: dall’accordo iniziale con Giovanni Malagò al cambio di programma che ha portato alla rinuncia all’incarico.
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Paolo Maldini torna a parlare e lo fa chiarendo i motivi che hanno portato alla fine della sua breve esperienza con la Nazionale italiana. In una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’ex capitano del Milan ha ripercorso le tappe della vicenda, spiegando come sia nato il progetto e perché abbia deciso di non firmare il contratto quadriennale che avrebbe dovuto legarlo alla FIGC.
L’ex dirigente rossonero ha ribadito di non essere mai stato interessato a una posizione di prestigio fine a sé stessa: “Non sono attaccato alla poltrona. Mi sento molto libero nelle mie scelte. Grazie a Dio non ho necessità economiche. Quello che mi porta ad accettare i ruoli è la possibilità di eseguirli, di dare il mio contributo. Mi dispiace che questa cosa sia vista come arroganza o intransigenza. Ma se vengo indicato come responsabile, mi sento in dovere di esserlo”.
Come riportato dal Corriere della Sera, tutto sarebbe iniziato con la chiamata di Giovanni Malagò durante il periodo pasquale. “Malagò mi ha chiamato a Pasqua, dicendo: c’è la possibilità che io diventi presidente della Figc; tu sei la persona che vorrei avere con me. Io gli ho dato la mia disponibilità. Nel calcio per me esistono solo due cose: il Milan e la Nazionale”, ha raccontato Maldini.
Successivamente, alla vigilia delle elezioni federali, arrivò una nuova telefonata. “Mi ha chiesto di diventare presidente del Club Italia. Non si trattava solo di rilanciare la Nazionale. C’era da rifondare il calcio italiano”, ha spiegato l’ex difensore, sottolineando anche il coinvolgimento di Leonardo nel progetto: “Condivido con lui amicizia, valori, principi. Leo ha una grande capacità organizzativa, oltre che una grande intesa con me. Così siamo partiti. E abbiamo pensato a un nuovo ruolo: la direzione tecnica. La direzione tecnica non è mai stata nell’organigramma della Nazionale: l’allenatore faceva riferimento direttamente al presidente. Però non era giusto: l’allenatore ha bisogno di confrontarsi”.
La svolta, però, è arrivata quando gli accordi iniziali sono stati modificati. “Poi i patti sono stati rivisti; di conseguenza l’unica cosa da fare era dimettersi. Anzi, rinunciare a firmare il contratto di quattro anni che doveva partire dal primo agosto”, ha dichiarato Maldini.
L’ex dirigente ha poi spiegato quale fosse la filosofia alla base del nuovo corso tecnico. “Per prima cosa ho chiesto: il ct chi lo sceglie? Malagò mi ha risposto: l’allenatore lo decidete voi, e io lo avallo. Questo era l’accordo. Poi gli eventi hanno fatto sì che questa cosa cambiasse”.
Sul nome del commissario tecnico, Maldini ha svelato anche i profili individuati: “La nostra idea era legata alla tecnica. Al gioco offensivo. A un cambiamento. In Italia siamo rimasti indietro su tante cose. Volevamo che la formazione dei ragazzi fosse basata non sull’esasperazione tattica ma sulla tecnica, l’uno contro uno, la mentalità offensiva. E volevamo un allenatore giovane, che avesse avuto una storia in Nazionale. I nomi erano tre. Oltre a Pirlo Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Tre campioni del mondo. Ma il presidente ci ha detto che, in base agli accordi che l’hanno portato all’elezione, con l’appoggio di tutti i club tranne la Lazio, non potevamo toccare gli allenatori delle squadre di Serie A. Quindi De Rossi e Grosso erano esclusi”.
