4-3-3, 3-5-2, 3-3-4, 5-5-5 (Oronzo Canà docet): la Juve di ieri sera ha dimostrato che, nel calcio, il modulo è per il 20% questione di numeri, e per il restante 80% questione di disciplina, di posizione in campo, di interpretazione del ruolo. Nel 3-0 rifilato ai Campioni d’Europa in carica, la squadra di Conte schiera due esterni, Asamoah e Lichtsteiner, che di fatto giocano in linea con i due terminali offensivi, Vucinic e Quagliarella (terzo gol per l’attaccante campano in Champions League), riuscendo comunque ad arginare le ripartenze veloci di un Chelsea senza punti di riferimento in attacco. Ma andiamo con ordine.

 

A tutti coloro che avevano sbirciato l’11 titolare delle due squadre nel prepartita, lo svolgimento della stessa è risultato chiaro prima ancora che l’arbitro (il turco Cakir, buona la sua prestazione e quella dei suoi assistenti) fischiasse il calcio d’inizio: una Juventus con schieramento classico contro un Chelsea imbottito di difensori (Azpilicueta in realtà farà la spola tra attacco e difesa, “tornante” lo avrebbero definito a “Tutto il calcio minuto per minuto”), per cercare di limitare i danni e portare a casa un buon pareggio, o, ancora meglio, una vittoria giocata sulle ripartenze.
La chiave tattica della gara si gioca proprio sui feroci contropiedi dei “furetti” di Di Matteo, pronti a scattare in avanti cercando di aggirare il furioso pressing bianconero, atto a recuperare il pallone in zona avanzatissima del campo e orientato a un continuo forcing ai danni degli avversari. “Testa bassa e pedalare”, la Juve indirizza subito la partita sui binari giusti, con un palo di Lichtsteiner al minuto 4, su deviazione dell’estremo difensore blues, Petr Cech. 6 minuti più tardi, arriva la risposta della squadra ospite: Oscar, che in attacco si alterna ad Hazard e Mata per non lasciare riferimenti ai difensori juventini, si beve mezza difesa e lancia lo stesso belga ex-Lille davanti a Buffon, che con un miracolo devia la palla in calcio d’angolo.
La partita si rivela davvero bella, e per 30 minuti anche di ritmo e intensità notevolissima; è solo quando la Juve inizia ad abbassare il ritmo di gioco che il Chelsea si rivede nei pressi di Buffon: stavolta è Bonucci a salvare tutto, con un tackle che vale quanto un gol. E’ poi sull’azione subito successiva che si sviluppa il vantaggio bianconero: giocata di Pirlo da fuori area, che prova il tiro alla destra di Cech; in traiettoria c’è però Quagliarella (posizione regolare dell’attaccante), che ripropone il tocco di rapina con cui aveva quasi beffato Marchetti sabato sera. Stavolta non c’è scampo per il portiere, è 1-0 Juve.
Per nulla doma, la squadra di casa vuole subito il raddoppio, anche a costo di rischiare qualcosa. Recuperata subito la sfera dopo il calcio d’inizio blues, Asamoah mette in mezzo un pallone che qualcuno (forse un difensore del Chelsea) tocca verso la porta, ma che Cole salva sulla linea prima che rotoli inesorabilmente in fondo alla rete; sul ribaltamento di fronte, Oscar lancia Mata solo davanti a Buffon, che chiude la saracinesca ed esce sicuro sull’attaccante ex-Valencia.
Su questa doppia occasione, una per parte, si chiude la prima frazione di gara, che, come previsto, ha visto la Juventus tenere il pallino del gioco e il Chelsea attaccare la profondità non appena fosse possibile: maiuscola la prestazione del trio difensivo bianconero, con interventi da mostrare a tutti i ragazzini “aspiranti Maldini” nelle scuole calcio.

Merita dedicare un accenno tattico alla fase difensiva della Juve, che ieri sera ha dato prova di grande solidità e ordine. Checché se ne dica, la squadra di Conte corre meno di quanto si possa pensare: i giocatori corrono intelligentemente, e soprattutto, nella maggior parte dei casi, corrono solo su metà campo (quella avversaria), non abbassando mai il baricentro una volta persa la palla ma anzi, alzandosi sempre per cercare di recuperare la sfera in zona più avanzata possibile, anche a costo (esemplari alcuni interventi di Bonucci e Barzagli nella partita di ieri) di alzare uno dei tre difensori centrali fino alla trequarti campo avversaria. Nelle gare d’andata con Nordsjelland e, soprattutto, Shaktar, ciò che aveva funzionato poco nei meccanismi bianconeri non era tanto la difesa, ma la fase difensiva e, soprattutto, le modalità con cui veniva imbastita una nuova azione. La transizione difensiva juventina, infatti, è efficace solo nella misura in cui la squadra parte schierata, con tutti i giocatori al loro posto, come in una scacchiera; se i giocatori si trovano in posizioni a loro poco familiari, il risultato è un allargamento delle maglie della squadra, che regala spazi utili agli avversari per affondare. Riguardando con occhio critico la partita vinta contro il Chelsea, si noterà come nel 90% dei casi, una volta riconquistata palla, la Juventus scaricasse la stessa a uno dei tre dietro. Questo non tanto per velleità estetiche o per mancanza di idee, ma per permettere al resto dei giocatori di posizionarsi in modo utile sia per attaccare, sia soprattutto per poter operare una transizione difensiva efficace al 110%.

Il secondo tempo si apre con un Chelsea meno remissivo e più vivace, che non riesce mai però a mettere in difficoltà la difesa schierata dei padroni di casa: dopo il rigore chiesto da Vucinic per atterramento in area da parte di Ivanovic (rigore poco dubbio, montenegrino placcato in area), la squadra di Di Matteo si fa vedere in avanti, ma con tentativi troppo velleitari per essere definiti un serio pericolo per gli 11 di Conte.
Dopo essersi concessi 15 minuti per rifiatare, la Juve torna a spingere sull’acceleratore, e punisce subito la scelta di Di Matteo di togliere un esterno (Azpilicueta) in favore di un attaccante (Moses, match-winner della gara contro lo Shaktar): Vucinic inventa, Asamoah crossa, Vidal insacca. Nono gol di stagione per il cileno, che come nella gara d’andata segna con un tiro rasoterra dal limite dell’area, stavolta però deviato da un difensore che beffa l’incolpevole Cech.
In virtù del vantaggio, sono ora i padroni di casa a cercare di addormentare la partita, mentre Di Matteo prova il tutto per tutto schierando in campo 5 attaccanti (oltre ai 4 già citati, inserisce pure Fernando Torres): gli inglesi si fanno sotto più volte e per qualche minuto schiacciano la Juventus nella propria metà campo, senza però mai creare una singola occasione da gol durante queste fasi di assedio dell’area avversaria.
Sul finale, come se qualcuno avesse premuto da qualche parte il tasto “Rewind”, il Chelsea viene piegato in contropiede proprio nel momento di massimo sforzo, mentre cercava di agguantare un pareggio ormai poco probabile: se dalle parti di Barcellona lo spettro del gol di Torres che regalò al Chelsea la finale dello scorso anno aleggia ancora sul Camp Nou, a Londra si ricorderanno per un pezzo della “Formica Atomica” Giovinco, che anticipa il portiere in uscita e mette a segno l’hattrick bianconero. Game over allo Juventus Stadium, Juventus batte Chelsea 3-0.

Con la testa già a Milano, la Juventus può essere soddisfatta della propria partita, la quale è servita a dimostrare, alle avversarie ma soprattutto a se stessa, una ritrovata grinta europea, anche dopo la vittoria che molti avevano definito “facile” contro il Nordsjelland. Gareggiando contro le migliori d’Europa, ciò che serve non è solo gioco, rigore tattico e talento, ma sul podio delle priorità spuntano senza dubbio maturità e convinzione, caratteristiche che forse erano mancate nelle prime uscite europee della squadra torinese. Se i blues hanno pagato un gioco forse troppo remissivo (Di Matteo non è stato risparmiato da Abramovich ed è già stato esonerato, in pole c’è Benitez), affidandosi troppo all’estro di Oscar, Mata e Hazard e poco al tatticismo tradizionalmente italiano, la Juve dopo questa gara ritrova completamente se stessa, dopo la sconfitta interna contro l’inter e il pari (bugiardo) contro la Lazio. Prossima avversaria europea è lo Shaktar, che attende i bianconeri il 5 dicembre sul campo gelato della Donbas Arena; “matar o morir” direbbe qualcuno, per essere certi di archiviare il discorso qualificazione.