L’INTERminabile ricerca di un’identità

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L’Inter esce sconfitta dalla Roma nel big match della seconda giornata di Serie A, ma soprattutto per la terza volta in stagione non riesce ad imporsi davanti al suo pubblico. Per chi crede alle superstizioni, sembrerebbe quasi che dall’annuncio dell’entrata in società dei capitali cinesi finalizzata alla costruzione di un nuovo stadio San Siro sia diventato improvvisamente ostile agli uomini di Stramaccioni, che in quella che dovrebbe essere la loro casa hanno raccolto sino ad ora un misero pareggio e per due volte hanno visto gioire gli avversari.

 

Volendo rimanere nel campo del tangibile escludiamo la suddetta ipotesi, contro la quale anche la squadra più forte del mondo potrebbe fare ben poco per spezzare l’apparente maledizione. Rimane, invece, da analizzare il dato sportivo di una squadra evidentemente incapace di imporre il proprio gioco nelle partite casalinghe, mentre le vittorie ottenute in trasferta (3 in altrettanti incontri ufficiali) annessa alla capacità di non subire gol hanno mostrato tutt’altre qualità della squadra nerazzurra. Per avere un quadro completo della situazione può risultare necessario fare un piccolo passo indietro, nello specifico alla passata stagione da più parti definita come fallimentare, se non disastrosa. Ecco, nel campionato 2011/2012 l’Inter dei Gasperini, Ranieri e Stramaccioni (i tre tecnici che si sono susseguiti in panchina) ha mostrato un rendimento casalingo terrificante: sono ben 5 le sconfitte totalizzate tra le mura amiche e 4 i pareggi, con ben 27 gol subiti sui 55 totali (quasi il 50%) a testimonianza di una grandissima fragilità difensiva; se si pensa che Genoa e Fiorentina, sino all’ultimo coinvolte nella lotta per non retrocedere, hanno totalizzato rispettivamente 4 e 5 sconfitte in casa per un totale di 24 e 22 gol incassati, si evidenzia come il solo rendimento casalingo avrebbe messo a rischio la permanenza dell’Inter nella massima serie. Le ragioni della debacle nella stagione 2011/12 sono state da più parti analizzate e lungi da noi rivangare discorsi lontani dalla stretta attualità, ma alcune considerazioni tornano assai utili per capire le difficoltà che similmente hanno afflitto la compagine meneghina durante questo avvio di stagione. Nelle gestioni Gasperini e soprattutto (perché la più duratura) Ranieri l’Inter ha espresso nella prima parte di campionato il desiderio di imporre il proprio gioco agli avversari, con la ricerca del possesso palla, una linea difensiva alta che attuasse il fuorigioco e favorisse la spinta in pressing della squadra tutta verso la trequarti avversaria, insieme all’orientamento ad un gioco in verticale improvviso a favorire il movimento degli attaccanti. Sulla carta un’idea di gioco molto europea e sicuramente apprezzabile, ma in pratica quanto più di deleterio si sia visto alle latitudini nerazzurre. È un dato di fatto che tali pretese tattiche siano presto costate la panchina a Gasperini (dopo essere riuscito a non ottenere vittoria alcuna in partite ufficiali) e più tardi abbiano costretto Ranieri ad un netto cambio di rotta: passando ad uno scolastico 442 in linea, sacrificando il più offensivo 433 che inizialmente aveva attuato nella prima parte della sua gestione fino all’infortuno di Sneijder. Ne naque l’Inter delle 7 vittorie consecutive culminate con il successo nel derby di andata (1-0 gol di Milito) e che dalla lotta per la salvezza seppe riaffacciarsi nelle zone alte della classifica, dove divenne concreta la possibilità di giocare per i massimi traguardi (arrivando a -4 punti dalla Juventus poi campione d’Italia). Poi qualcosa cambiò: il rientro di Sneijder seguito dalla difficile rinuncia ad uno schema tattico vincente e affidabile, dove più volte l’olandese fu costretto ad adattarsi al ruolo di esterno sinistro, l’infortunio di Alvarez sino a quel momento giocatore spesso decisivo e l’indebolimento sul mercato dove la cessione di Thiago Motta fu “compensata” dagli arrivi di Palombo (1 sola partita da titolare) e Guarin (infortunato); i paradossi tecnico/tattici ed i malumori che ne seguirono minarono profondamente l’equilibrio faticosamente raggiunto tanto che ne seguì uno dei periodi più neri della storia recente dell’Inter con ben 6 sconfitte consecutive in campionato e l’eliminazione in Champions League ai danni di un modesto, quanto fortunato, Marsiglia guidato dal sopravvalutato Deschamps.
Il resto è storia recente: la faticosa ripresa seguita all’esonero di Ranieri e fondamentalmente innescata grazie alla carica motivazionale e di entusiasmo che il giovane allenatore Stramaccioni portò con sé in prima squadra, responsabilizzando e mettendo al centro del progetto tattico i campioni che hanno la potenzialità per far la differenza (Sneijder su tutti), con un atteggiamento  tattico spregiudicato (4231) e reso possibile dal sacrificio e dall’entusiasmo di tutti i giocatori nerazzurri, più che da un equilibrio invece spesso messo alla prova. Il sogno Champions sfiorato e il bel gioco ritrovato (con la sorprendente quanto splendida vittoria nel derby di ritorno per 4-2) sono stati decisivi per la riconferma del giovane tecnico romano e perno sul quale costruire il nuovo progetto nerazzurro.

Un progetto Inter partito con le migliori intenzioni a giugno (“anno zero”, “punto di svolta sul quale costruire il futuro”, ecc…) ma che già nella campagna acquisti appena conclusasi ha fatto emergere le sue prime contraddizioni. Infatti, nonostante un giudizio generale degli addetti ai lavori più che positivo, risulta evidente come al netto di una crescita qualitativa immediata il mercato nerazzurro non sia andato a colmare le lacune strutturali della rosa (un regista basso, un esterno offensivo, un elemento di corsa e dinamicità in mezzo, un terzino destro vista la partenza di Maicon), una delle cause (probabilmente la più importante) delle ultime deludenti stagioni. Certo, è presto per dare un giudizio assoluto su quanto fatto in sede di mercato, visto che molti innesti devono ancora inserirsi appieno nei meccanismi di squadra e trovare la migliore condizione fisica per esprimersi.
Detto del mercato nerazzurro, va sottolineato come questo abbia costretto mister Stramaccioni ad un processo di adattamento a partire da idee piuttosto differenti: dal 433 o 4231 di inizio ritiro, oggi l’Inter non può prescindere da un 4321 o 4312 visti gli interpreti a disposizione. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, il rendimento casalingo non è quello di una grande squadra né lontanamente paragonabile a quello della Grande Inter di Mourinho, dove San Siro era fortino inespugnabile capace di “garantire” un’imbattibilità in campionato per più di due anni. Accantonato ogni paragone coi tempi che furono (troppo grandi), resta la sconcertante evidenza di una squadra che ogni qualvolta prova ad osare in termini di gioco offensivo e propositivo si scopre inesorabilmente ai contropiedi avversari, spesso finalizzati in gol vista la costante difficoltà a recuperare dalle situazioni di palla persa. Dovendo fare il match, dovendo imporre il proprio gioco per raggiungere il massimo dei risultati possibili, è nelle partite in casa che l’Inter mostra queste sue grandissime difficoltà: di corsa, di intensità, di ritmo, di qualità. Perché se Guarin non riesce a correre per 3, se Gargano non recupera mille palloni e se Sneijder non si abbassa sulla linea dei centrocampisti per entrare in ogni azione nerazzurra, i problemi diventano insormontabili e la squadra non può sopperire all’eccessivo “ruolo posizionale” di Cambiasso o alla scarsa spinta offensiva del “giovane” Zanetti o alla scarsa condizione atletica (si spera momentanea) di Cassano o alle giornate “no” di Milito o, ancora, alle incertezze di Castellazzi,…

Pur considerando che siamo ad inizio stagione dove è impossibile trarre giudizi definitivi (ammesso che sia possibile nel calcio) e tutto può ambire a distanza di tempo ad apparire come un semplice “errore di gioventù”, le situazioni sopraccitate meritano tutta l’attenzione del caso perché, senza voler fare del facile catastrofismo, potrebbero delineare uno scenario molto complesso nel quale il giovane (questo sì) Stramaccioni dovrà dimostrarsi capace di fare scelte importanti e decisive per il suo futuro e – soprattutto – quello dell’Inter, una squadra alla costante ed interminabile ricerca di un’identità.

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