L’importanza del Faraone

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Il Faraone…

 

Nell’Antico Egitto, migliaia di anni fa, il Faraone rappresentava la figura preminente nella gestione politica del paese e nel suo governo, sovrano assoluto di un impero prospero e fiorente che ha costituito, per millenni, una delle civiltà più virtuose, organizzate ed innovative che la storia abbia mai conosciuto. Il monarca egizio era venerato dal popolo come un’autentica divinità, glorificato alla stregua degli innumerevoli dei che componevano il pantheon egiziano, assurgendo al titolo di demiurgo proprio grazie ai connotati divini della sua natura, poiché figlio del Sole, figlio di Ra.

Anche il Milan ha il suo giovane Faraone e l’importanza del suo ruolo, in questo particolare momento della storia milanista, non è così dissimile da quella assunta dall’autentico regnante in quel passato remoto e così incredibilmente affascinante. Il soggetto di quest’articolo penso che sia ormai sottinteso, ma il protagonista merita decisamente una menzione trasparente ed inequivocabile: ovviamente stiamo parlando di Stephan El-Shaarawy, soprannominato “il Faraone” proprio per le sue origini egiziane (il padre proviene da questo paese). Il talentino rossonero, acquistato a titolo definitivo quest’estate a fronte di un investimento complessivo prossimo ai 20 milioni di euro, sta emergendo nello stentato avvio di stagione della squadra di Allegri, unica nota brillante ed accesa di colore, macchia cangiante su una tela dalle tinte eccessivamente lugubri e fosche. Il ragazzo sta inanellando una serie convincente di prestazioni molto positive confermandosi, attualmente, come l’unico elemento in grado di ravvivare la trama sterile del gioco milanista. Dopo la doppietta contro il Cagliari, realizzata nel turno infrasettimanale di Mercoledì scorso, l’italo – egiziano si è ripetuto anche nell’anticipo di Sabato contro il Parma, una gara condizionata dal cattivo tempo, svolta in un “ Tardini” flagellato senza sosta dal diluvio. E’ stata, quest’ultima, la prestazione stagionale più convincente disputata dalla squadra rossonera, un pareggio bugiardo che non descrive esaustivamente l’andamento di un match per lunghi tratti dominato dal Milan, un incontro che la squadra avrebbe legittimamente meritato di vincere.

Una partita che comunque, nonostante il risultato, lascia in dote un collettivo più convinto, volitivo e caparbio, in grado, finalmente, di imbastire una manovra ordinata e propositiva, seppur sterile per lunghi tratti dell’incontro, e capace di creare i presupposti del raddoppio in più di una circostanza. Le prestazioni di Boateng, in leggera ripresa rispetto alle precedenti apparizioni ma sciagurato nel mancare il raddoppio decisivo in completa solitudine a pochi metri dalla porta, e Bojan, autore dell’assist per il provvisorio vantaggio milanista, protagonista di fraseggi e scambi interessanti con i compagni di reparto ma discontinuo nell’arco dei novanta minuti, sono comunque segnali incoraggianti che testimoniano una lenta ma effettiva ripresa, alleggerendo solo in parte quel carico ingombrante di preoccupazione che grava sulle spalle di tutto l’ambiente rossonero da inizio stagione. E poi c’è il Faraone: estroso, pragmatico, risolutivo, generoso, geniale, gli aggettivi si sprecano per descrivere lo scoppiettante avvio di campionato dell’attaccante del Milan, condito da 4 gol in 6 presenze. Adesso è necessaria la continuità nelle prestazioni per consacrarsi definitivamente: è questa peculiarità che distingue i grandi fuoriclasse, quelli destinati a sopravvivere allo scorrere incessante del tempo, figure indelebili nella memoria degli appassionati, dai buoni giocatori, tracce sbiadite ed appannate nella storia del calcio, destinate a scomparire per sempre nell’anonimato dei mediocri.

Come il grande Ramses II, uno dei più grandi Faraoni della storia egiziana, ribattezzato “il costruttore” per la grande mole di monumenti e templi che fece erigere nell’arco del suo lunghissimo regno, splendidi e mastodontici esempi di bellezza e perfezione, anche El Shaarawy potrebbe diventare il nostro “costruttore di successi”, sovrano di un impero in decadenza, dal passato glorioso ma dal futuro incerto e nebuloso, un regno però pronto a risorgere grazie anche al suo fondamentale contributo ed apporto. “Post fata resurgo”, dopo la morte torno a rinascere; è questo l’aforisma che esplica il concetto d’immortalità espresso dalla fenice, un culto antichissimo, un simbolo nato nell’antico Egitto e diffuso in un vasto numero di tombe e monumenti funerari. Un messaggio profondo, un percorso di rinascita che deve essere necessariamente intrapreso dal gruppo rossonero, una resurrezione sportiva che sembra non poter prescindere dalle qualità evidenziate fino ad ora dal Faraone rossonero. Caratteristiche che potrebbero rivelarsi determinanti già oggi stesso, nel match di Coppa contro lo Zenit di Spalletti, per propiziare una vittoria che risulterebbe importantissima sia per la classifica che per il morale, magari impreziosita dalla sua prima marcatura nell’Europa dei Campioni.

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