Errare humanum est

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“Rigore è quando l’arbitro fischia”, insegnava Boskov al tempo; ma se l’arbitro non fischia, che cosa succede? In Italia, a quanto pare, il finimondo.

 

Durante l’ultimo week-end di calcio giocato, la classe arbitrale non se l’è passata benissimo, per usare un eufemismo: errori abbastanza clamorosi in tutti i campi di Serie A, che in tutti i casi hanno influito sul risultato finale (nessun errore sul 4-0, tanto per dire). Manco a dirlo, in men che non si dica si è scatenata l’orda mediatica italiana, che rifugge tecnologie di campo di ogni genere (dello stesso parere sono Lega Serie A, UEFA e FIFA, nonostante piccoli passi in direzione opposta che hanno fatto scalpore negli ultimi giorni, ma che dovranno attendere ancora molto tempo prima di entrare a regime), perché altro non farebbero che rubare il lavoro a una figura, quella dell’opinionista, nata negli anni 2000 in contesti televisivi nei quali sembrava all’improvviso più importante parlare di calcio polemico che di calcio giocato, e della quale non si sentiva francamente la necessità.
Quello che questo week-end ci ha lasciato, si diceva, sono polemiche a non finire, teste mozzate a furor di popolo (prima tra tutte, quella dell’assistente Maggiani, reo di aver annullato il gol regolare a Bergessio contro la Juventus), moralizzatori che alzano la voce e cospiratori nell’ombra che favoleggiano di deja-vù. Per l’ennesima volta, a conti fatti, l’Italia non ha mancato l’occasione, troppo ghiotta, per farsi riconoscere, per dar ragione a chi a metà ‘900 aveva già capito tutto: “Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio, e le partite di calcio come se fossero guerre”.

Quello che ci si chiede, una volta di più, è: perché queste cose all’estero non succedono? Badate bene, chi vi scrive non è affatto un esterofilo convinto, di quelli che pensano che l’erba inglese sia più verde perché “le condizioni meteo”, perché “ci tengono davvero”, perché “lo spread”, senza tener conto che nel 99% dei casi il terreno di gioco è erba mista a materiale sintetico; si nota solo come nella (grande) maggioranza dei casi (le eccezioni alla regola ci sono sempre…vero Jose?), fuori dall’Italia le partite durano davvero 90′. Al massimo ci si concede qualche minuto di recupero, nelle interviste post-partita, ma poi finisce lì. Questione di stile, questione soprattutto di cultura.

Cerchiamo di non andare off-topic, anzi, fuori tema (così vi convinco davvero di non essere un esterofilo), si parlava di arbitri. Che si guardi una partita di Esordienti, di Juniores o di Serie A, l’assunto di base dev’essere sempre e costantemente lo stesso: l’arbitro è un uomo, così come i 22 giocatori che scorrazzano su e giù per il campo, così come i 12/13 in panchina, così come i 20/30/40 mila sugli spalti. E’ un uomo, e va preso come tale, con i suoi pregi e i suoi difetti. E tra i difetti umani, ahimè, ce n’è uno dal quale nessuno può scampare: l’uomo sbaglia. Così come Maxi Lopez può sbagliare un gol a porta vuota, così come Mirante può sbagliare un’uscita, anche l’arbitro – udite udite – può sbagliare. Se non lo fa, ça va sans dire, è meglio per tutti; ma se capita, l’errore va preso per quello che è, così come Denis continua la sua gara dopo che ha sbagliato un rigore. C’è la rabbia, c’è la frustrazione; ma il direttore di gara non ha compagni di squadra che gli battano sulla spalla dicendogli “Forza, non fa nulla”, e arrabbiarsi e prendersela con lui peggiora ulteriormente le cose, mandandolo in confusione e inficiando la sua prestazione per tutti i minuti che mancano al termine della partita. Questo in Italia manca, la cultura dell’errore. Se l’arbitro sbaglia, è sicuramente per favorire qualcuno o sfavorire qualcun altro. L’errore in buona fede non esiste.
Fatevi un giro negli spogliatoi dei campetti polverosi di periferia, dove ad arbitrare c’è un ragazzo di 17 anni, e a giocare ragazzini suoi coetanei, al massimo di qualche anno più giovani: per supplire a tale logica malata, l’arbitro mette le mani avanti, “Se non vi fischio un fuorigioco sbraitare è inutile, ho sbagliato e me ne assumo la responsabilità, ma non pensiate che l’ho fatto di proposito per sfavorirvi”. Solo che i genitori in tribuna non lo possono sentire, e il bottino di giornata è sempre lo stesso: insulti e sberleffi al minimo errore.

Per questi ed altri motivi, in questi giorni, è assolutamente inutile parlare di “ritorno al passato”, facendo riferimento a situazioni che è meglio definire “poco chiare” (anche se chiare lo sono anche troppo, ma non divaghiamo), invece che accettare l’errore per quello che è: un errore.
Le valutazioni morali si sprecano, si potrebbe andare avanti ore parlando di una tradizione tutta italiota che impedisce, in caso di sconfitta, di riconoscere i meriti dell’avversario o, eventualmente, i propri demeriti, ma che invece focalizza l’attenzione solo sui fattori contingenti che hanno contribuito alla disfatta. Della serie, perdere 18-0 ma dare la colpa al guardalinee che non ha visto un fuorigioco sul 12-0.
Altro discorso è quello che, statisticamente, vede gli arbitri sbagliare (troppo) spesso a favore del pesce grande, e a scapito del pesce piccolo. Questo succede, è successo e succederà in tutti i campi del mondo, non è un’invenzione di nessun dirigente italiano né straniero, è solo un brutto scherzo giocato dalla psicologia umana. Uomini, si diceva, con pregi e difetti del caso.

Tutto questo va cambiato. Cerchiamo di dire “Bravo” a un avversario che ci batte, senza cercare tutte le scuse del caso; cerchiamo di ragionare col cervello, senza pensare con la pancia e soprattutto con la sciarpa; cerchiamo di dire “Capita” quando un arbitro non vede quel fallo troppo netto su vostro figlio, proprio al limite dell’area. Siamo noi che diamo da mangiare ai programmi televisivi in cui per vedere i gol di giornata è obbligatorio prima sorbirsi ore e ore di chiacchiere inutili alle quali avremmo volentieri rinunciato. Le cose si possono cambiare, ma bisogna cominciare da domenica prossima, tutti assieme. Anzi, da mercoledì, che c’è l’infrasettimanale, scusate per l’errore. Capita.

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